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di Francesca Corbella

Un nido in azienda, soluzione per le mamme lavoratrici

settembre 2003
L’offerta di asili nido in Italia è davvero modesta in quanto copre solo una percentuale minima ( su scala nazionale) delle richieste sul territorio. L’offerta attuale, anche nelle regioni industrializzate della Padania, si basa su strutture comunali, insufficienti numericamente, o su nidi privati, economicamente fuori dalla portata di tutti. Questo scenario risulta ancora più critico se si pensa che è in corso un’inversione di tendenza nella denatalità (in lieve crescita dal 1999) ed è in grande aumento l’occupazione femminile; non ultimo inoltre l’aspetto del confronto con gli altri paesi europei (più USA e Giappone) che, soprattutto in Scandinavia, vedono il settore dei nidi molto ben sviluppato da tempo.

Finalmente questo Esecutivo, per merito dei Ministri Maroni e Tremonti, ha aperto gli occhi sul problema e la grave carenza di strutture a disposizione delle madri lavoratrici sta per essere colmata: il Governo infatti ha finanziato misure di sostegno molto interessanti per quelle aziende che intendano istituire al loro interno strutture di accoglienza per la prima infanzia; anche per Enti pubblici come Comuni e Province, Asl e Ospedali nel piano di incentivazione statale quadriennale sono stati stanziati ingenti fondi.

L’indotto di questa azione politica, soprattutto in Lombardia ma comincia anche in Veneto e Piemonte, non è stato trascurabile: si è creato non solo un mercato in cui hanno visto la luce numerose piccole imprese con sbocchi professionali per molti operatori e giovani diplomati in scienze educative, ma i numeri delle liste d’attesa per un posto in asilo nido sono scesi drasticamente.

Ciò che però interessa maggiormente constatare in questa sede è il fatto che un’azione di Governo, quindi non puntiforme ed episodica ma programmata e promossa globalmente sul territorio in modo istituzionale, ha contribuito a forgiare una cultura. Coinvolgere e condizionare l’opinione pubblica verso una mentalità aperta e produttiva al riguardo di determinati temi sociali dovrebbe essere il compito di ogni Istituzione, persino della TV: ebbene finora nella terra "di mammà e de’ creature" tanto conclamate, nel paese dell’assistenzialismo a trecentosessanta gradi, non esisteva una cultura della tutela dell’infanzia e della maternità. Non si è sprecata mai una campagna per promuovere la genitorialità e incoraggiare (con misure concrete) i datori di lavoro ad assumere personale in età da bambini.

Le donne oggi lavorano, come e più degli uomini, e non fanno più bambini perché non sanno dove metterli durante la lunga permanenza al lavoro. La storia è semplice: tante disamine intellettuali sul Corrierone, gli osservatori sociologici e i convegni degli psico vari su cause e concause della denatalità nel nostro paese, non sono mai sfociate in opere e in azioni. Ci voleva proprio un ministro leghista per iniziare una politica del welfare in Italia che comprendesse non solo e unicamente le categorie sociali, gli svantaggiati e i derelitti (ma quanti sono?) ma anche le persone normali che normalmente lavorano e normalmente desiderano mettere al mondo un figlio. Con qualche legittimo aiuto. Anche al Nord.

 Webmaster: Ilaria Maria Preti
Collaboratori: Francesca Corbella, dott. Giorgio Rivolta e i genitori padani.
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Consulenza e aggiornamento dello staff a cura di Antonio Conte

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