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Penisola (ne sono stato
testimone diretto) si riempiono improvvisamente di zucche, di
streghe e di folletti? Perché degli italiani, giovani ma anche meno
giovani, che probabilmente neppure si ricordano più di che cosa sia
la Befana e che ancora più probabilmente non hanno mai saputo cosa
siano i fuochi di San Giovanni, decidono invece che fa proprio al
caso loro una festa celtica importata dagli irlandesi negli Stati
Uniti? Perché tutto ciò
che non si presenta con connotati italiani può, in Italia, contare
sempre su un’attenzione immediata e spesso su un successo
travolgente?” (1)
Proseguiva poi sullo stesso tono di
dramma nazionale lamentandosi che una festa come Halloween
(pericolosamente straniera nel nome e nel significato) possa
rischiare di soppiantare ricorrenze più banali ma sicuramente più
patriottiche. Queste preoccupazioni
tricolori assillano da un po’ di
tempo il Galli della Loggia che sembra avere preso molto a cuore i
sacri destini della patria, al punto di essersi gettato nella
spericolata avventura di dirigere per la casa editrice bolognese de
Il Mulino una collana editoriale chiamata con spavalda originalità
“L’identità italiana”. Nella fondamentale opera sono già comparsi
illuminanti saggi sull’Altare della Patria, su Amedeo Nazzari, su
Coppi e Bartali, e su “La pasta e la pizza”. Sono poi annunciati con
una certa enfasi titoli come: “Mina”, “L’autostrada del sole” e -
naturalmente - “La mamma”.
In perfetta coerenza con questo
profluvio di languore patriottico italiano, il Galli della Loggia
(che porta nel suo stesso cognome tutta la sofferenza
dell’intellettuale impegnato nel tenere insieme una improbabile e
artificiale identità nazionale, sempre in bilico fra pericoli
celtisti e sicurezze massoniche) non poteva non evocare
l’autarchico sapore deamicisiano della Befana e dei fuochi di San
Giovanni per contrastare le zucche di Halloween, che
spaventano tanto l’italianità di tanti intellettuali convertiti al
patriottismo tricolore di regime.
L’eccessivo fervore, tipico di tutti
i neofiti, però gli ha fatto prendere almeno un paio di cantonate.
La prima riguarda le antiche origini
di tutti i riti che menziona nel suo accorato articolo: fuochi,
Giobianne e zucche illuminate discendono dalla stessa matrice
precristiana e sono profondamente incistati nell’immaginario
collettivo che la cultura celtica ha lasciato alla nostra gente.
La seconda tavanata tocca nello
specifico la tradizione di Halloween, di Samain e del
rapporto con il mondo dei morti. Non è una tradizione estranea alla
nostra cultura, come dice il Della Loggia. Tutta la Padania è ancora
oggi piena di tradizioni antiche come il mondo che hanno a che fare
con il pane dei morti, con le cene apparecchiate per i morti, con le
castagne lasciate sul davanzale o sul tavolo per i morti, eccetera.
Da sempre e in tutti i nostri paesi la prima notte di novembre
continua a essere il momento di apertura della porta che collega il
mondo dei vivi con quello dei morti. E’ Samain, il capodanno
celtico, che la Chiesa ha adottato e cristianizzato con Ognissanti e
con la ricorrenza dei defunti.
Ma non basta. La tradizione della
zucca scavata a forma di testa e illuminata dall’interno non è
soltanto parte del folklore irlandese. Di questo argomento si è
parlato a Radio Padania Libera e sul quotidiano La Padania
chiedendo agli ascoltatori e ai lettori di raccontare di usanze
simili eventualmente presenti nei loro ricordi o nelle usanze ancora
vive dei loro paesi: solo nel giro di un paio di settimane sono
arrivate decine di segnalazioni di riti, analoghi fra di loro, che
si svolgevano (e che si svolgono) in tutti gli angoli della Padania.
A una serie di immagini comuni sempre presenti si sommano di volta
in volta elementi diversi circa la collocazione delle zucche, il
loro rapporto con gli ambienti domestici o gli alberi, l’usanza
della questua di soldi o dolciumi, l’esatta collocazione del rito
durante l’arco della giornata, eccetera. La collocazione geografica
delle segnalazioni pervenute è stata riportata su una carta, sulla
quale è segnata anche l’area approssimativa di copertura della radio
che coincide ovviamente con la più parte delle segnalazioni. (Fig.1)
Origini e simbolismi
L’anno celtico era suddiviso e
cadenzato da quattro ricorrenze più importanti, dette “feste del
fuoco”: Samain (1° novembre), Imbolc (1° febbraio),
Beltane (1° maggio) e Lugnasad (1° agosto).
Samain
(o Samhain, Samuin, o Samhuin) era la più
importante, essa cadeva nel mese lunare segnato sul calendario di
Coligny col nome di Samonios (“Il tempo della fine
dell’estate”) e costituiva anche il Capodanno, col quale finiva la
metà “chiara” dell’anno e cominciava quella “scura” ed era perciò
simbolo di morte e di rinascita. La datazione coincideva con il
sorgere delle Pleiadi ma era anche legata con una certa evidenza al
ciclo pastorale: secondo T.G.E. Powell il nome stesso di Samain
significherebbe “riunione” e sarebbe legato al momento di
riconduzione degli animali nei ripari invernali e alla macellazione
per l’inverno. (2) Era perciò un periodo nel quale si doveva fare
grande consumo di carni che non potevano essere conservate.
Era in ogni caso la ricorrenza più
importante dell’anno: era il giorno delle grandi adunanze popolari e
delle assemblee delle comunità, era perciò in tutti i sensi il
momento della “riunione” e della congiunzione fisica e simbolica.
Avveniva la “morte rituale” del re, era il giorno in cui terminavano
i mandati elettivi e venivano eletti in nuovi capi, vi si tenevano
riti propiziatori dei raccolti futuri con la simbolica uccisione
dello “spirito del grano” dell’estate. Era il giorno della scadenza
e del rinnovo dei contratti e degli affitti, che si è conservato nel
San Martino cristianizzato, il successivo 11 novembre, alla fine del
periodo dei festeggiamenti di Samain. Vi si tenevano giochi,
discussioni, tornei, cerimonie religiose, banchetti rituali per
invocare l’abbondanza, e festini dove l’allegria e l’ebbrezza erano
di rigore.(3) Si riteneva che nella notte fra il 31 ottobre e il 1°
novembre avvenisse anche l’amplesso rituale fra il dio padre Dagda e
la dea madre Morrigan. (4) Era il momento della congiunzione fra i
due anni (il vecchio e il nuovo) e fra i due mondi (il visibile e
l’invisibile) senza però appartenere né all’uno né all’altro. “Il
capodanno celtico era un giorno al di fuori del tempo e dello
spazio, tanto da permettere agli avi defunti, agli uomini viventi,
ai discendenti che dovevano ancora nascere e alle creature non umane
(dei, fare, demoni, elfi eccetera) di mostrarsi nel mondo e di
incontrarsi.” (5) In quel momento dell’anno si abbattono le
barriere fra il mondo visibile e quello invisibile che entrano in
comunicazione: gli abitanti dell’Altro Mondo possono fare irruzione
sulla faccia della terra, ma gli umani possono entrare per un po’
nel dominio degli dei, degli eroi, e dei defunti.
I festeggiamenti di Samain
solitamente non duravano solo lo spazio di una giornata, ma come
tutte le feste celtiche avevano inizio una settimana prima del
giorno indicato, trovavano il culmine il 1° novembre e proseguivano
per almeno una settimana dopo, di solito fino al giorno 11.
Per secoli la Chiesa cattolica ha
cercato di eliminare queste feste pagane, ma alla fine ha dovuto
rassegnarsi alla loro forza e al loro profondo radicamento
nell’animo popolare. Le ha solo in qualche modo esorcizzate
cristianizzandole: Imbolc è diventato la Candelora,
Beltane il Calendimaggio, e Lugnasad San Lorenzo.
Samain
è diventata la festa di Ognissanti e dei Morti, due ricorrenze
distinte che ne hanno inglobato ed esorcizzato le due valenze più
importanti (il legame con gli “spiriti santi” e con i defunti) e che
hanno cercato di marginalizzare e di eliminare ogni riferimento e
segno di panteismo celtico (il contatto con il “piccolo popolo” e
l’idea di libero transito fra i due mondi). Samain era una
festa sostanzialmente allegra (come tutte le feste celtiche):
Ognissanti è ancora una festa gioiosa e solo la vicinanza con il 2
novembre la fa diventare mesta acquisendo una tristezza tutta
meridionale, sconosciuta al mondo europeo più antico. Il rapporto
con la morte dei popoli celtici era sereno, quasi scanzonato: la
paura della morte, dei morti e dei cimiteri è merce di importazione
mediterranea. Fino a gran parte del Medioevo i cimiteri erano spazio
“normale” della vita comunitaria: in molte ricorrenze ci si andava
per “stare con i morti”, banchettare e fare festa con loro. Nel
1231, il concilio di Rouen proibisce di danzare nel cimitero o in
chiesa, pena la scomunica. Un altro concilio, nel 1305, proibisce di
danzare nei cimiteri, di giocarvi a qualunque gioco, vieta ai mimi,
ai giocolieri, agli esibitori di maschere, ai musicanti, ai
ciarlatani di esercitarvi il loro mestiere. Analoghi divieti
continuano essere emanati un po’ ovunque fino alla fine del XVII
secolo. (6) Di quelle antiche consuetudini resta l’uso di portare
fiori sulle tombe: “In quei giorni di freddo autunno i Celti
portavano nei cimiteri fiori a profusione - forse secchi, forse
coltivati in serre - per alludere all’aldilà come paradiso”. (7)
La parte allegra dell’antica
Samain si è mantenuta in Halloween, la festa che nei
paesi irlandesi e anglosassoni precede Ognissanti. La sera del 31
ottobre allegre brigate (soprattutto) di bambini si mascherano e
visitano chiassosamente le case del paese per chiedere dolci e
regali, in mancanza dei quali faranno schiamazzi o imbratteranno di
schiuma di sapone i vetri delle finestre. Il segno di andare in giro
mascherati da mostri, streghe e folletti, riprende l’antica pratica
del travestimento rituale utilizzata dagli sciamani che, ponendosi
al di fuori delle regole conformistiche della società e assumendo le
sembianze di esseri soprannaturali, si mettevano in comunicazione
con la realtà spirituale. La forza simbolica di questa tradizione è
tale che neppure i Protestanti, nella loro furia iconoclasta e
anti-pagana, si sono azzardati a tentare di cancellarla ma l’hanno
inglobata nei loro riti. In talune parti dell’Europa settentrionale
(Frazer cita il caso dell’isola di Man) il 1° novembre è stato
considerato il primo giorno dell’anno anche fino agli inizi del XX
secolo. (8)
Il termine Halloween è, molto
significativamente, la contrazione di All Hallowed Souls
(“tutte le anime sante”) o di All Hallows’ Eve (“sera di
tutti i santi”).
Il segno più popolare, noto e diffuso
di questa notte di unione fra i mondi è una zucca svuotata,
intagliata e contenente una candela accesa, che è detta “jack-o’-lantern”
nei paesi anglosassoni e - come vedremo - lümera in Padania.
In taluni casi assieme alle zucche vengono anche usati ravizzoni (in
Scozia) e grosse rape (Canton Ticino). Si tratta in ogni caso di
figurazioni che imitano nella forma e nelle fattezze dei teschi:
grandi orbite, apertura nasale e bocche aperte in cui sono
evidenziati i denti. E’ una sorta di ridicolizzazione e di
demistificazione della morte, un messaggio che suona del tutto
normale in una festa che afferma l’intercomunicazione fra due mondi
dei vivi e quelli dei morti. La testa tagliata aveva - come è noto -
una grande funzione rituale e simbolica presso i Celti che
conservavano i capi recisi degli avversari più valorosi e delle
persone più importanti ritenendo che la testa fosse la vera sede
dell’anima e che, così facendo, si potesse trattenere presso di sé o
appropriarsi delle caratteristiche migliori del morto. Le teste,
scarnificate o conservate in vasi di olio, venivano tenute presso
templi o abitazioni, quasi sempre in posizione dominante o agli
ingressi degli edifici. (9) “Usavano anche accatastare teschi
perché si pensava che il morto appartenesse, per un certo tempo, a
entrambi i regni: per quanto nessuno poteva dirlo.“ (10) Il
rispetto che gli veniva tributato consentiva al cranio “di
profetare a beneficio dei rimasti in vita. Egli poteva inoltre, se
riverito, irradiare su di loro certe energie paradisiache...
L’ossario con i suoi teschi accatastati è più che una forma di
sepoltura. La vicinanza dei teschi è tale, come dice Yeats, che la
loro ombra dall’aldilà cade sui vivi.” (11)
Il rispetto per le teste tagliate
impediva (e impedisce) che esse potessero essere impiegate per
azioni fortemente simboliche ma sostanzialmente dissacranti come
quelle delle feste e delle burle di Samain. I teschi degli
ossari venivano dipinti con colori rituali ed erano al centro delle
cerimonie religiose ma solo dei loro surrogati potevano andare in
giro ed essere impiegati in azioni giocose. L’utilizzo irriguardoso
delle teste tagliate vere era uno dei geis (tabù) più
terribili e rispettati delle comunità celtiche. Questo spiega il
successo e la incredibile durata nel tempo dell’uso giocoso delle
zucche intagliate a testa di morto.
Caratteri delle lümere padane
Nella pur rapida ricerca effettuata
sulle lümere impiegate in Padania sono emersi con grande
chiarezza tutti i caratteri presenti nelle analoghe manifestazioni
anglosassoni.
Risulta sicuramente primario il
rapporto con la notte del 1° novembre e, molto spesso con i giorni
che lo precedono e lo seguono. In un caso il rito ha addirittura
inizio alla fine di settembre (12) e in un altro è stato indicato
con sicurezza che continuasse fino all’Epifania. (13) Si è trovata
una sola testimonianza, raccolta a San Daniele del Friuli (UD), di
lümere impiegate in altro periodo, collocato a metà estate.
L’antico legame con banchetti
rituali, libagioni e pasti da consumare con i defunti è confermato
dalla grande resistenza delle usanze di confezionare dolci speciali
(detti localmente “pan dei morti”, “ossa dei morti”, eccetera) e di
apparecchiare la tavola per i morti la sera del 1° novembre che si
riscontrano un po’ ovunque. Sulla condivisa ritualità si
sovrappongono diversi dettagli locali sempre però caratterizzati
dall’impiego di cibi semplici e poveri: si tratta a volte di
scodelle di latte e castagne (14), piatti di caldarroste e bicchieri
di sidro (15), fino a semplici recipienti di rame riempiti d’acqua
per placare la “sete dei morti”. (16)
La preparazione delle lümere
segue linee estremamente omogenee. Si tratta innanzitutto di una
incombenza sempre affidata ai bambini e sotto la direzione degli
anziani. La zucca viene svuotata, vengono incisi i buchi degli
occhi, del naso e della bocca e vi viene introdotta una candela.
(Fig.2) I diversi dettagli estetici sono solo in funzione
dell’abilità dei giovanissimi esecutori: tutti gli intagli possono
essere semplicemente triangolari o più artisticamente arrotondati.
Nei casi più elaborati, la bocca viene arredata con l’inserimento di
stecchini o di semi infilati in forma di denti. (Fig.3) Alcune
testimonianze indicano che qualche volta venivano realizzate anche
delle orecchie, fatte con semi di granoturco, penne di galline,
pezzi di formaggio o scampoli di stoffa. (17)
Le zucche sono spesso utilizzate per
fare scherzi, per spaventare i bambini (18), le donne che si recano
al lavatoio (15), le vecchiette che vanno al cimitero (19), lungo i
sentieri e negli angoli più bui. Altre volte sono tenute in mano e
portate in processione da giovani e meno giovani (20), portate in
giro dai ragazzi infilate su bastoni (21), condotte bussando casa
per casa per spaventare la gente (12) o tenute in mano e portate per
strada da ragazzi coperti da teli bianchi a mo’ di mantello. (22)
Oltre che per spaventare la gente e
organizzare burle, le lümere vengono anche collocate lungo
le strade, vicino alle chiese e ai cimiteri per “illuminare la
strada alle anime” (16) e far loro ritrovare il cammino da un mondo
all’altro. Esse hanno anche funzione decorativa: la sera del 31
ottobre vengono accese dai bambini di casa (23) e poste sui
davanzali delle finestre, sui balconi, sulla porta di accesso, sui
piloni dei cancelli (22), sui muretti attorno alla casa. (24) In
alcuni casi, la loro funzione estetica assume proporzioni notevoli:
zucche illuminate di medie dimensioni erano messe a Cosseria (SV) a
tutte le finestre di casa e una molto più grande davanti alla porta
principale (18); a Pisa erano posizionate “ad effetto” lungo
tratti del muro d’Arno. (12) A Manerbio (BS) e nelle campagne del
Canavese venivano appese ai rami degli alberi. Una particolare
concentrazione di simboli si trova in alcune delle usanze friulane:
i semi raccolti nell’operazione di svuotamento della zucca venivano
conservati per la semina dell’anno successivo (passaggio da un
“tempo” all’altro), le candele venivano lasciate accese tutta notte
per sciogliere e rendere più dolce e gradevole la polpa rimasta
all’interno che serviva da nutrimento per i morti, in ogni casa si
preparava una zucca per ognuno dei morti che si volevano ricordare
(a volte si lasciava infilata nella zucca una lettera a loro
destinata) e la mattina si controllava dallo spostamento degli
oggetti se le anime erano effettivamente passate e se avevano
gradito l’accoglienza. (17)
L’impiego sistematico delle lümere
è continuato, secondo quasi tutte le testimonianze raccolte, con
grande vigore fino agli anni ’50 e ha da allora continuato ad
affievolirsi. Ha ritrovato una certa fortuna in tempi più recenti
grazie all’acquisizione di abitudini di importazione americana di
cui si è però smarrito l’antico legame con la nostra tradizione.
Gli impieghi più ricorrenti sono
riportati sulla Fig.4.
Secondo gran parte delle
testimonianze raccolte, le zucche scavate e illuminate venivano
chiamate lümere in Lombardia, in Emilia e in Piemonte,
lumere nel Veneto Occidentale, lumazze nel Polesine e in
Romagna. E’ stata anche raccolta testimonianza di alcune limitate
varianti locali che le indicano come teste da mort a Biella,
e mortesecche a Lucca. Si tratta, soprattutto in questi
ultimi casi, di denominazioni che rafforzano il legame con
l’originario simbolismo delle teste tagliate dei Celti.
Le denominazioni più diffuse sono
indicate sulla Fig.5.
La raccolta dei dati non è certo
stata caratterizzata da grande sistematicità dal momento che è stata
fatta soprattutto fra gli ascoltatori di Radio Padania Libera
la cui copertura del territorio interessato è solo parziale, come
indicato dalla Fig.1. I riferimenti alle altre aree sono il
risultato delle segnalazioni di ascoltatori da lì originari o di
lettori del quotidiano che si sono presi il disturbo di dare
testimonianza per lettera o fax. (24)
Ad un certo punto del citato articolo
di Ernesto Galli della Loggia si dice che Halloween e le sue
zucche non hanno nulla a che vedere con l’Italia. Almeno su questo
ha tutte le ragioni: le lümere sono una bella espressione di
antico celtismo e di ritrovata padanità.
Gilberto Oneto
NOTE
(1)
Ernesto Galli della Loggia, “Feste,
fantasmi e zucche vuote”, sul Corriere della Sera (lunedì, 2
novembre 1998), pag.1
(2)
T.G.E. Powell, I Celti
(Milano: Il Saggiatore, 1996), pag.118
(3)
Jean Markale, Le Christianisme
Celtique et ses Survivances Populaires (Paris: Imago, 1983),
pag.186
“Un detto caratteristico di
Samain recita:
“Carne, birra, noci, salcicciotto,
è quanto spetta a
Samain,
fuoco da campo gioioso sulla collina,
latte burrificato, pane e burro
fresco.”
Descrivendo chiaramente come si
svolgevano le celebrazioni di questo giorno.
Per i Celti la carne di maiale, la
birra, il vino e l’idromele erano vettovaglie legate ai mondi
spirituali e davano accesso all’eternità e spesso gli incontri in
occasione di Samain si
trasformavano in colossali ubriacature e pantagruelici banchetti.
Riccardo Taraglio, Il Vischio e la
Quercia (Grignasco: Edizioni Età dell’Acquario, 1997), pag.406
(4)
John King, The Celtic Druids’ Year
(London: Blandford, 1994), pag.130
(5)
Riccardo Taraglio, Il Vischio e la
Quercia, op.cit., pag.406
(6)
Philippe Ariès, Storia della morte
in Occidente (Milano: Rizzoli, 1978), pag.32
(7)
Alfredo Cattabiani, Calendario.
Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno (Milano:
Rusconi, 1988), pag.318
(8)
James G. Frazer, Il ramo d’oro
(Torino: Boringhieri, 1973), pag.976
(9)
Barry Cunliffe, L’Universe des
Celtes (Lucerna: Bibliotheque de l’Image, 1993), pagg.83-84
(10)
Alfredo Cattabiani, Calendario,
op.cit., pag.318
(11)
Margarethe Riemschneider, “Vivere coi
morti”, in Conoscenza religiosa, n.1, 1981, pag.69
(12)
Testimonianza di Romano Redini, di
Lucca
(13)
Tetimonianza del signor Beppe, di
Casale Monferrato (AL)
(14)
Testimonianza di Natalina Bortoluzzi,
di Belluno
(15)
Testimonianza di Silvano Civra Dano,
di Galfione (BI)
(16)
Testimonianza di Renzo Dal Bello, di
Suzzolins (UD)
(17)
Testimonianza di Ezio Pellegrini, di
Rive d’Arcano (UD)
Il testo completo di questa
testimonianza è stato pubblicato il giorno 18 novembre 1998 su La
Padania (pag.19).
(18)
Testimonianza di Carla Landi, delle
Langhe
(19)
Testimonianza di Giovanni Bai, di
Locarno (Ticino)
(20)
Testimonianza di Sergio Amadio, di
San Zenone degli Ezzelini (TV)
Questa usanza ripropone l’immagine
della cosiddetta “processione delle anime”, o “processione dei
morti” che è molto diffusa nella cultura popolare alpina, con
particolare intensità nelle vallate Walser.
(21)
Testimonianza di Piero Casarotti, dei
Colli Euganei
(22)
Testimonianza di Giuseppe Furlan, di
Pordenone
(23)
Testimonianza di Gilberto dell’Oste,
di Canal di Gorto (UD)
(24)
Testimonianza di Maura Macchi, di
Cassano Magnago (MI)
(25)
Segnalazioni documentate sono
pervenute da: Adria (RO), Albese (CO), Albiate Brianza (MI),
Alessandria, Almenno San Salvatore (BG), Alpi Carniche (UD),
Altipiano dei Sette Comuni (VI), Appennino toscano (MS, LU, PT),
Arcene (BG), Azzano Decimo (PN), Bagni di Lucca (LU), Barga (LU),
Bellinzona (Canton Ticino), Bedonia (PR), Borgosesia (VC), Breno
(BS), Broni (PV), Bussoleno (TO), Caglio (CO), Campagna di Milano,
Canal di Grivò (UD), Canavese (TO), Candelo (BI), Cantavenna
Monferrato (AL), Canzo (CO), Capodistria (Istria), Cartigliano
(VI), Casale Monferrato (AL), Casnate (CO), Cassano Magnago (VA),
Castellanza (VA), Castellazzo Bormida (AL), Chiavazza (BI), Cisterna
d’Asti (AT), Collina di Torino, Comeglians (UD), Como, Corcovado
(PN), Cosseria (SV), Ferrara, Ferriere (PC), Fossombrone (PE),
Galfione (BI), Garfagnana (LU), Genova, Gignod (AO), Giussano (MI),
Inveruno (MI), Isola Vicentina (VI), Istria centrale, Ivrea (TO),
Lago di Varese, La Morra (CN), Langhe (CN, AT), Leno (BS), Locarno
(Canton Ticino), Lomellina (PV), Lucca, Lunigiana (MS), Macherio
(MI), Magnago (MI), Manerbio (BS), Maniago (PN), Mantova, Milano,
Modena, Monferrato (AL,AT), Montagnana (PD), Monza, Muggia (TS),
Ombriano (CR), Orzinuovi (BS), Ovaro (UD), Padova, Pisa, Pogliano
Milanese (MI), Piacenza d’Adige (PD), Piadena (CR), Pieve di Soligo
(TV), Pola, Quartier di Piave (TV), Ravenna, Recco (GE), Rovigo,
San Carlo Canavese (TO), San Daniele del Friuli (UD), Sant’Angelo
Lodigiano (LO), Sant’Angelo di Piove di Sacco (PD), Sant’Erasmo
(VE), San Zenone degli Ezzelini (TV), Sommacampagna (VR), Sovramonte
(BL), Spinetta Marengo (AL ), Strà (VE), Suzzolins (PN), Tambre
d’Alpago (BL), Tirano (SO), Torre del Lago (LU), Trens (BZ),
Treviso, Val Camonica, Val di Sole (TN), Val di Vara (SV), Valle
Imagna (BG), Val Sugana (TN), Venezia, Venzone (UD), Verona,
Fig.1
Presenza delle lümere
Segnalazioni pervenute di utilizzi
rituali di lümere. Le aree tratteggiate indicano la copertura
approssimativa di Radio Padania Libera
Fig.2
Schema di preparazione di una
lümera
1 - La zucca è incisa in profondità
lungo una calotta circolare con una lama puntata verso il centro
2 - Lo spicchio corrispondente alla
calotta viene staccato
3 - La zucca e il coperchio vengono
svuotati
4 - Vengono intagliati i fori degli
occhi, del naso e della bocca. Vengono praticati sul retro anche
eventuali fori di riscontro dell’aria
5 - Viene fissata sul fondo una
candela
6 - Viene ricollocato il coperchio
Fig.3
Tipi di
lümere
1 - Schema più semplice con intagli
triangolari eseguiti con semplici incisioni a coltello
2 - Schema più elaborato nel quale le
incisioni sono modellate e arrotondate e la bocca (a mezzaluna o di
altra forma arrotondata) è completata con l’incastro di stecchini o
di semi a mo’ di denti
Fig.4
Impieghi più comuni delle lümere
1 - Zucca nuda posta su un muretto
2 - Zucca completata da un
cappellaccio
3 - Zucca vestita con un telo bianco
a mo’ di mantello
5 - Zucca appesa a un ramo d’albero
6 - Zucca portata in processione
Fig.5
Denominazioni più diffuse
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