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La Padania si sta suicidando
per mancanza di bambini. Con il crollo demografico quello economico
non è lontano: i figli di famiglie prolifiche non possono sostenere
ancora per molto i pensionati che non hanno voluto figli e non sembra
credibile né pensabile che gli immigrati giovani si sobbarchino il
peso di mantenere gli italiani. Se poi si pensa alla pletora di
pensionati baby, falsi pensionati e compagnia frodante che aggrava i
bilanci dell’Inps, allora i pronostici si fanno davvero funerei. Il
governo attuale ha stanziato un contributo a sostegno della maternità,
il Ministero del Welfare sta muovendo mari e monti per incoraggiare
finanziariamente iniziative benemerite come l’istituzione di asili
nido all’interno delle aziende, sta elargendo un assegno a favore
dei giovani sposi alle prese con i costi della prima casa ecc. Ma non
basta: ciò che occorre è modificare una forma mentis ormai troppo
radicata nel trend de vie moderno. La constatazione che chi è del
mestiere fa ogni giorno, è che per la maggior parte delle persone
giovani in età fertile avere figli sia una rinuncia, un sacrificio e
un onere, cioè avere figli impoverisce anzicchè arricchire.
Se si tiene conto del fatto che l’ambizione comune
è possedere abitazione, auto, vacanze di lusso, tempo libero per gli
svaghi (costosissimi), cene al ristorante, weekend in albergo e
bellezza fisica, risulta chiaro che chi rinuncia a tutto ciò per
procreare è un infelice e uno che si auto esclude dalla vita e dalle
possibilità di godimento che il mercato offre. Il processo da
contrastare sta proprio qui: la vita di oggi è in balia del marketing
ed è funzione del mercato, dove le persone sono consumatori che non
hanno altri bisogni primari che i consumi stessi.
Va da sé che bisogna rivedere la scala delle
priorità, che vedono la libertà di scelta individuale sacra e
intoccabile, persino quando si gioca valori durevoli e nobilitanti
quali quello di mettere al mondo un bambino. Nella società del
diritto, un figlio deve arrivare quando si avverte che iniziano a
scemare le energie fino a quel momento dedicate ad altro e la vita di
coppia si fa routinaria. Allora il figlio si brama come una valvola di
sfogo, si agogna al punto che se non arriva subito col manifestarsi
del desiderio, si ricorre alle pratiche più inumane e innaturali (e
costose, sì!) per averlo. Ma il trastullo, di avere genitori egoisti
ed annoiati si accorge ben presto; un bambino esige energia positiva,
lealtà, sincerità di affetti, dedizione, slancio, felicità intorno
a sé e fiducia, tanta fiducia, nel suo avvenire, perchè implica la
trasmissione di un messaggio di vitalità di generazione in
generazione.
Cascano le braccia quando si sente giustificare le
donne che non fanno figli perché lavorano (come se non avessero mai
lavorato, come e più degli uomini, in tutte le epoche e tutte le
latitudini), e che la vita è troppo cara per mantenere per giunta
anche un figlio (come se i nostri progenitori contadini, pastori,
minatori, spazzacamini, tornitori avessero avuto tanto da scialare).
Dotare di questa consapevolezza chi non ne è più
naturalmente provvisto ed è incerto e teme una cosa fino a ieri del
tutto normale, significa operare quella rivoluzione culturale che è
necessario far partire al più presto nel profondo della società e
che solo in parte gli incentivi governativi di tipo economico possono
sostituire.
Un giorno i proletari erano tali perché avevano
come unica ricchezza la prole. Oggi pensano alla carriera e, proprio
quella che fu l’originaria e benemerita classe della sinistra
storica, è la prima a rinnegare la prole in favore di automobili,
ville e barche a vela. Come dire che il destino della millenaria
civiltà europea è affidato all’edonismo e alla sfiducia nel domani
di una sola generazione di inconsapevoli e sconsiderati.
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