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5) RIFLESSIONI PERSONALI
Si tratta, come si vede, di un sapere molto complesso che, a mio
parere, introduce a una disciplina che non proviene solo da speculazioni
più o meno erudite, ma che tiene conto dell’esperienza e dell’identità
dei popoli che da tempo sono pesantemente attaccate dal mondialismo e
dalla globalizzazione. Di seguito vorrei precisare il mio punto di vista
sulle proposizioni elencate sopra di questo "movimento" che
non esiterei a inquadrare in un’ideologia per certi versi accettabile
e per altri versi un po’ meno. C’è da notare che ogni
"ideologia" che si presenta come "scienza" si
preoccupa di sottolineare le possibili evoluzioni future della
cosiddetta "ricerca" che potrebbe mettere in dubbio gli
assiomi della scienza stessa. Il che è come dire: "io ho scoperto
questa legge scientifica, ma non sono sicuro che si potrebbe applicare
in modo globale in ogni tempo e in ogni spazio; ho scoperto e
interpretato certi fenomeni, ma non sono sicuro che ciò sia vero;
scoperte future potrebbero mettere in dubbio la veridicità di quanto ho
scoperto". Questa è la scienza! Ma veniamo ai particolari relativi
al "manifesto" dell’etnopedagogia così come si evince dalle
tabelle riportate sopra.
Confesso di non riuscire a capire fino in fondo la contrapposizione
tra "scienza occidentale" ed "etnoscienza globale",
mi sembra piuttosto un gioco di parole da cui traspare una diversa
epistemologia: l’approccio metodologico razionale e riduzionista della
scienza occidentale rispetto ad un approccio olistico e più adatto a
comprendere la natura umana nel suo complesso. Ma questo approccio è,
secondo me, di difficile attuazione nel tempo in cui viviamo,
caratterizzato com’è dallo sradicamento dell’uomo dalla sua terra e
dalla confusione dovuta alla riduzione dei tempi e delle distanze della
comunicazione globale. Lo stesso si può dire degli altri punti della
tabella. Ad un primo approccio ci sentiamo intuitivamente più vicini al
discorso antropologico, ma poi ci imbattiamo in un mare di perplessità
nei confronti dell’attuazione di queste idee. Mi si dovrebbe dire, ad
esempio, quale contrapposizione c’è tra la matrice ideo-logica e
quella dia-logica, dal momento che a mio parere si tratta di conseguenze
piuttosto che contrapposizioni. La stessa contrapposizione tra scienza
classica e scienza antropologica, anche se molto intrigante, lascia un
tantino dubbiosi in quanto l’antropologia è comunque parte della
scienza più in generale. A parte questi dubbi, ritengo che un approccio
che tenga conto di più punti di vista sia più adeguato per comprendere
le varie pedagogie che caratterizzano le diverse popolazioni umane.
Tuttavia mi lascia perplesso qualsiasi certezza, compreso quella
antropologica. Non è la scienza che è incerta, ma la vita, ed anche la
realtà. Più che di certezze abbiamo bisogno di difendere o di
recuperare le nostre radici. E le radici non stanno nella scienza e nell’epistemologia,
ma nella vita quotidiana, nell’esperienza con il mondo e soprattutto
nella nostra interiorità. Questo non vuol dire che non dobbiamo tener
conto dell’ideologia, ma dobbiamo stare attenti a non affidarci in
modo totale alle ideologie, anche se è necessario conoscerle. Dobbiamo
essere invece attenti a una realtà che ci sfugge continuamente e che la
maggior parte della gente nono riesce neppure a pensarla come problema.
È più facile lasciarsi trasportare e irretire dai cosiddetti esperti
che dai pulpiti delle televisioni e dai mass-media pontificano per lo
più in modo conformista, confondendo il vero con il falso, il bene con
il male, il buono con il cattivo, in sostanza i valori con i disvalori.
E non si può tenere in considerazione solo delle idee per decidere
della bontà di un’ideologia, ma occorre considerare anche i suoi
risvolti pratici. Se l’ideologia mi dice che tutti gli uomini sono
uguali e poi osservo che proprio i fautori di questa ideologia creano
dei privilegiati, dei fannulloni che vivono alle spalle degli altri, mi
devo chiedere se quest’ideologia è valida oppure no oppure contiene
aspetto accettabili e aspetti inaccettabili. Penso che ogni ideologia
contiene aspetti di verità ed elementi di falsità. Detto questo,
ritengo che anche il movimento di "Etnopedagogia" non sfugga a
queste riflessioni che mettono in dubbio la consistenza dell’ideologia.
Sono profondamente convinto che ogni azione prevede un’idea che ne sta
alla base. Se porto mio figlio di 2 anni all’asilo-nido non è solo
perché non ne posso fare a meno o, peggio, perché ha bisogno di
socializzazione, ma perché antepongo il lavoro alla famiglia allargata,
l’adulto al bambino. Queste idee, che costituiscono un’ideologia,
non possono essere cancellate da slogans o da argomentazioni ironiche o
peggio sarcastiche. Occorre a mio parere rivedere i contenuti dell’ideologia,
metterli a dura critica, ma non commettere l’errore di porsi come
non-ideologici o come anti-ideologici. In caso contrario si creerà un’ideologia
più pervasiva di quella precedente, un’ideologia che non terrà conto
delle differenze ideologiche.
In conclusione ritengo che, nonostante quello che dice, anche l’etnopedagogia
è una scienza ideologica, come molte altre. Per questo motivo va presa
con le molle. Se per pedagogia si intende l’arte di educare i bambini,
la cosa più importante è mitigare l’arroganza che caratterizza gli
adulti che dicono di "sapere" mentre in realtà sono dei
falsari che non sanno nulla o che, nella migliore delle ipotesi, sanno
poco. Le nostre radici stanno nella nostra cultura, nella nostra terra,
nella nostra lingua madre, nelle nostre tradizioni, nelle nostre feste,
nel nostro lavoro, nella nostra fede, nella nostra famiglia e non in
ideologie illuministe il cui unico fine è quello di ridurre il tutto al
nulla.
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